Nel Dicembre scorso Agcom infligge una multa a Cloudflare di 14 milioni di Euro per non essersi accreditata al sistema Piracy Shield. L’8 Marzo scorso Cloudflare fa ricorso e si oppone al provvedimento in base a documentate prove che il Sistema Piracy Shield sta violando il Digital Service Act Europeo, e che sta sistematicamente bloccando accessi a siti legittimi anche della durata di alcuni mesi.
Tali motivazioni sono ulteriormente supportate da uno studio effettuato dall’Università di Twente steso nel Settembre 2025 (pdf originale a fine articolo) dal titolo inequivocabile: 90° minuto: una prima analisi dei danni collaterali e dell’efficacia dello scudo antipirateria italiano.
L’introduzione dello studio è altrettanto chiara:
“In questo articolo presentiamo la prima indagine sull’impatto reale della piattaforma, ricostruendo e analizzando la sua attività di blocco. La nostra analisi dimostra che la piattaforma causa danni collaterali significativi. Il blocco indiscriminato a livello di IP ha interrotto e continua a interrompere centinaia di siti web legittimi non dedicati allo streaming.
Allo stesso tempo, l’efficacia della piattaforma potrebbe essere stata compromessa dagli streamer che hanno eluso i controlli migrando verso nuove infrastrutture e spazi di indirizzi IP non filtrati.
Sulla base di questi risultati, invitiamo le autorità e i responsabili politici italiani a riconsiderare criticamente i principi cardine del blocco della piattaforma. Le prove suggeriscono che il suo ampio impatto sui servizi legittimi e i potenziali rischi per la sicurezza nazionale superano i benefici previsti
Ciò che evidenzia lo studio è di fatto una “fotografia” dell’operato del sistema Piracy Shield e della gestione prevalentemente superficiale e priva di supporto professionale. L’aspetto però più inquietante è il fatto che gli ordini di blocco non siano supportati da nessuna autorità giuridica e che vengano inflitti su segnalazione di un gruppo di “privati” che hanno, sostanzialmente, carta bianca. Ultimo aspetto poco condivisibile è che i proprietari dei siti che sono raggiunti dal blocco, non vengono avvisati e ne vengono a conoscenza dopo una visita al sito stesso o su eventuale segnalazione di clienti o utenti.
Di fatto bloccare un sito o inibire l’accesso a Google Drive per oltre 12 ore, senza preavviso, senza possibilità di appello, ed in maniera poco ponderata e soprattuto verificata, è sintomo di eccessivo ed ingiustificato accanimento. Non esiste alcun meccanismo, per i proprietari di siti leciti, di contestare un blocco prima che entri in vigore, e tantomeno un percorso efficace per ottenere un eventuale risarcimento per i danni subiti.

Già nel 2024 Cloudflare aveva sollevato nei confronti di Agcom dubbi ed esposto le stesse problematiche evidenziate dal rapporto. Aveva anche proposto un approccio per la tutela del copyright che non avrebbe richiesto la compromissione dell’architettura fondamentale di Internet. L’Agcom li ha ignorati all’epoca e continua ad ignorarli ora.
Anzi, la risposta di Agcom a tali motivazioni è stata quella di estendere la portata di Piracy Shield ai provider DNS globali e alle VPN, servizi direttamente collegati alla privacy e alla libertà di espressione fondamentali diritti dei cittadini Europei e non.
Altro punto inserito nel ricorso riguarda l’entità della multa inflitta e il metro di valutazione effettuato. La legislazione Italiana prevede una sanzione pari, e fino, al 2% sugli utili prodotti nella giurisdizione/suolo di riferimento, quindi in questo caso avrebbe dovuto essere la valutazione degli utili che Cloudflare produce in Italia.
Agcom invece ha quantificato l’importo della sanzione valutando gli utili globali di Cloudflare. Stando a quanto l’azienda Statunitense produce in Italia, la multa commisurata avrebbe dovuto essere di 140.000 € anzichè 14 Milioni , significa che Agcom ha inferto una multa di 100 volte superiore all’importo corretto ( al di là delle motivazioni).
Cloudflare, nell’esporre il ricorso, si avvale dell’appoggio della Computer & Communications Industry Association (CCIA) che già ad inizio 2025 (poco più di un anno fa) aveva scritto alla UE con l’intento di segnalare che il sistema Piracy Shield stava (e sta) violando alcune leggi Europee tra le quali il Digital Services Act (DSA).
Il rifiuto di Cloudflare di accreditarsi al sistema Piracy Shield, alla luce di quanto evidenziato, prodotto ed analizzato, equivale al rifiuto di diventare l’infrastruttura di un sistema di censura privato che opera senza trasparenza né supervisione. Nel contesto sottolineato e giustificato, obiettivamente, ci sono validi e sufficienti motivazioni per le quali il ricordo possa essere accolto.
Rapporto Università di Twente Piracy Shield .pdf