Appeals Centre Europe, organismo certificato in Irlanda e operante ai sensi del Digital Services Act (DSA), è stato creato da Bruxelles nel 2024 e il suo scopo è quello di permettere a chiunque di potersi appellare a decisioni o azioni intraprese dalle piattaforme Social in relazione a provvedimenti del DSA.
L’organismo ha pubblicato questa settimana il suo secondo rapporto sulla trasparenza (documento .pdf originale in lingua inglese e (solo) testo tradotto in italiano .pdf scaricabili a fondo articolo), che sostanzialmente evidenzia come il DSA sia inapplicabile e spesso controverso. Il sistema fallisce su entrambi i fronti contemporaneamente, e fornisce motivazioni a chiunque voglia presentare appello contro leggi come il DSA.
Partendo da ciò che il Centro di Appello ha effettivamente riscontrato quando ha esaminato i contenuti contestati, emerge che nell’arco dell’anno compreso tra aprile 2025 e marzo 2026, ha dissentito dalla decisione della piattaforma (Social) nel 59% dei casi. Più a fondo, si riscontra ancora che quando gli utenti contestavano o si appellavano ai contenuti che le piattaforme avevano eliminato, Appeals Centre Europe dava ragione all’utente nel 52% dei casi.
Quando invece gli utenti hanno segnalato contenuti che le piattaforme avevano scelto di lasciare online, l’organismo ha ribaltato tale decisione nel 63% dei casi. Significa che è stato evidenziato come le stesse piattaforme gestiscono i contenuti in autonomia nonostante le imposizioni. Possono eliminare contenuti che non dovrebbero e mantengono online quelli che il sistema impone di rimuovere, spesso nello stesso periodo di riferimento.
Sembra quindi che il meccanismo creato dal DSA per produrre risultati di moderazione corretti è pressoché casuale. Quando i post legittimi vengono censurati, l’organismo deve ordinare alla piattaforma di ripristinarli, e nella maggior parte dei casi, quando può esaminare le prove, conclude che la piattaforma ha commesso un errore.
Il Centro di Appello, nel periodo riferito dal report Aprile 2025 – Marzo 2026, ha ricevuto oltre 24.000 reclami con un numero di casi ammissibili nove volte superiore nel Marzo 2026 rispetto ad Aprile 2025. Questi dati evidenziano la portata e la mole di lavoro che Appeals Centre Europe deve gestire in ambito Europeo, ma in realtà è solo una parte se si considera che le piattaforme Social “sfornano” milioni di moderazioni su base annua.
Uno dei presupposti alla base del DSA è che le piattaforme possano esaminare contenuti ed Account per arrivare a giudizi e decisioni che siano appellabili e difendibili, in teoria su ogni singolo contenuto. Il tasso di errore riscontrato sul campione effettivamente esaminato evidenzia però che i presupposti non sono stati affrontati e che ci sia molta controversia.

E’ il punto cruciale e il momento in cui il Sistema ha grosse difficoltà di gestione e obiettività. Degli oltre 14.000 appelli relativi alle sospensioni o Ban di un Account, sono stati esaminati a fondo meno di 150 casi, a causa della reticenza delle piattaforme a fornire i dati necessari all’analisi e valutazione del Ban.
Oltre 7.300 controversie si sono concluse con “decisioni in contumacia”, ovvero la piattaforma Social non è riuscita, o non ha voluto, fornire il materiale entro la scadenza dei 30 giorni prevista, in quel caso la decisione è stata automaticamente comunicata all’utente. Tra le Aziende che gestiscono piattaforma Social, Meta (Facebook, Instagram) risulta essere la meno collaborativa. Su oltre 4.600 reclami ammissibili relativi alla sospensione di account Facebook e Instagram, Meta ha prodotto “prove” del contenuto in contestazione relativamente a meno di 100 casi.
Facendo un primo riassunto per quanto sopra un cittadino Europeo
-può essere bannato senza dimostrare il perchè
-puo comunque presentare ricorso gratuito a mezzo Appeals Centre Europe e ai sensi della legge DSA (divulgata e presentata come una forma di tutela del cittadino)
-può vincere il ricorso per inadempienza perché la piattaforma non ha mai dato seguito alla richiesta di materiale probatorio
-constatare che il suo account è stato comunque cancellato.
Il Centro di Appello sottolinea che, anche dopo aver esaminato casi e regolamenti, le piattaforme molto spesso non intervengono in base alle indicazioni e solo in pochi casi le piattaforme hanno agito conseguentemente alle sue decisioni. Il risultato è che molti post/contenuti contestati sono rimasti online.
Se un processo di appello produce sentenze che però nella realtà nessuno (o quasi) è tenuto e obbligato a rispettare, rischia di diventare un ufficio reclami ben presentato ma inefficace.
Thomas Hughes, CEO di Appeals Centre Europe, ha inquadrato i risultati in un’ottica di mancata applicazione delle norme. “L’odio e le molestie online hanno conseguenze concrete per molte persone e comunità. In oltre due terzi delle nostre decisioni in materia di incitamento all’odio, abbiamo riscontrato che le piattaforme non hanno applicato le proprie politiche, lasciando online contenuti offensivi. Questo dimostra che le piattaforme non sempre agiscono correttamente. Se vi trovate nell’UE, potete contestare gratuitamente le decisioni di una piattaforma rivolgendovi al Centro di Appello Europeo e ottenere una valutazione imparziale da parte di esperti”, ha affermato.
Leggendo gli stessi dati senza il contesto istituzionale, evidenzia che il “non aver applicato le proprie politiche di gestione e controllo” etichetta le piattaforme che non eliminano contenuti, contenuti che qualcuno, da qualche parte, ha deciso di definire come “incitamento all’odio”.
E’ chiaro che l’incitamento all’odio su cui si basa il rapporto è un tipo di definizione che dipende interamente da chi la formula. Appeals Centre Europe ha ribaltato le decisioni delle piattaforme di lasciare online i contenuti così segnalati nel 70% dei casi. in particolare con TikTok 83%, Instagram 74%, Facebook 61% e YouTube 58%.
Questi numeri possono essere interpretati in due modi. Il primo è che le piattaforme siano in uno stato di “abbandono” e che regni l’anarchia, più interessate a monetizzare ed incrementare visite. Il secondo è che una vasta parte di ciò che un recensore definisce “incitamento all’odio” sia stata analizzata e giudicata, dai sistemi stessi della piattaforma, come espressione consentita, o valutata troppo permissivamente.
Il chiaro disaccordo e la non sinergia dimostrano che nessuno dei soggetti coinvolti riesce a vedere o tracciare un confine chiaro che non dovrebbe essere oltrepassato. Troppi interessi commerciali e “manica larga” con i contenuti pubblicitari ingannevoli la stanno facendo da padroni. E’ abbastanza tipico di una situazione dove la regola diventa una categoria e non una legge.
Bruxelles ha promesso per anni agli utenti un sistema solido per contestare ciò che accade alle loro opinioni online. L’organismo che gestisce questo sistema ha appena pubblicato le prove che dimostrano, se non il contrario, una linea che punta dritta al fallimento dello stesso.
Costruire un sistema di “censura” su una sorgente di contenuti così vasta è pressochè impossibile, soprattutto se questo sistema deve essere anche equo, sicuro, e rispettoso dei diritti personali di ogni cittadino. Allo stato attuale delle cose il DSA risulta essere inefficace ma sostanzialmente scorretto. Una mancata promessa che invece di proteggere sta violando alcuni diritti fondamentali di chi, malauguratamente, si è trovato ad averne a che fare.
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Traduzione Italiana Report di trasparenza
Report di Trasparenza originale lingua Inglese
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