verifica dell'età

Le restrizioni sui social media per i minori di 16 anni introdotte ed attive dal 10 Dicembre scorso in Australia, sono diventate un punto di riferimento pratico per le autorità di regolamentazione Europee e della UE, che stanno passando “dalla teoria alla pratica”. Una sorta di “LA” che ha dato impulso a nuove valutazioni ed a rivedere l’ossatura di quelle già in atto.

Man mano che il sistema si consolida nell’uso quotidiano, i suoi effetti collaterali diventano più evidenti.

Uno dei principali è il rinnovato interesse politico (e delle istituzioni Europee) nel limitare o controllare gli strumenti che consentono la comunicazione privata. in particolare le reti private virtuali (VPN). Tale interesse ha conseguenze che vanno ben oltre la “verifica dell’età”.

Un briefing del gennaio 2026 (scaricabile a fine articolo), del EPRS (European Parliamentary Research Service – Servizio di ricerca del Parlamento Europeo), evidenzia un forte aumento dell’uso delle VPN a seguito dell’introduzione dei controlli obbligatori sull’età.

Il rapporto rileva “un aumento significativo del numero di reti private virtuali (VPN) utilizzate per aggirare i metodi di verifica dell’età online nei paesi in cui questi sono stati introdotti per legge”, collocando tale tendenza in un contesto politico più ampio in cui “la protezione dei minori online è una priorità nell’agenda politica”.

L’esperienza dell’Australia si inserisce in questa traiettoria. Con l’inasprimento dei controlli sull’età, gli individui ricorrono a strumenti che riducono l’esposizione al monitoraggio e alla profilazione. Le VPN sono la prima scelta in questo senso perché sono ampiamente disponibili, facili da usare e progettate per limitare la visibilità di terzi sulle attività online.

Le VPN nascondono gli indirizzi IP e instradano il traffico (criptandolo) attraverso server remoti al fine di “proteggere le comunicazioni online dall’intercettazione e dalla sorveglianza”. Si tratta di funzioni per le libertà civili, non di comportamenti marginali, e sono state a lungo trattate come garanzie legittime nelle società democratiche. Vale la pena rimarcare il concetto visto che, nei contesti dove si attui tracciamento e controllo le VPN sono viste come “fumo negli occhi” e la tendenza è quella di farle passare per strumenti fuorilegge.

Pressioni verso infrastrutture private

Il dibattito europeo ha sempre più spesso inquadrato le VPN come un ostacolo all’applicazione della legge. Il rapporto dell’EPRS riporta che “alcuni sostengono che l’accesso ai servizi VPN dovrebbe essere limitato agli utenti che hanno raggiunto la maggiore età digitale”. Questo inquadramento di fatto ridefinisce la tecnologia che migliora la privacy come una lacuna normativa da colmare. Come se la Privacy dovesse essere un diritto solo se alcuni requisiti sono soddisfatti.

L’esperienza del Regno Unito illustra quanto rapidamente questa logica possa degenerare. Dopo l’entrata in vigore dell’Online Safety Act, le App VPN sono in testa alle classifiche dei download nei vari App store per dispositivi mobili.
Secondo il rapporto, “oltre la metà delle prime 10 App gratuite nelle classifiche di download degli app store britannici sarebbero stati servizi VPN”. Uno sviluppatore addirittura dichiara “un picco del 1.800% nei download nel primo mese dopo l’entrata in vigore della legislazione”.

Queste cifre vengono ora utilizzate per giustificare proposte che limiterebbero l’accesso agli strumenti di crittografia.

Il Commissario Inglese per l’infanzia ha chiesto che le VPN siano limitate agli adulti. Il briefing dell’EPRS coglie la posta in gioco di tale approccio:

“Mentre i sostenitori della privacy sostengono che l’imposizione di requisiti di verifica dell’età sulle VPN comporterebbe rischi significativi per l’anonimato e la protezione dei dati, gli attivisti per la sicurezza dei minori sostengono che il loro uso diffuso da parte dei minori richiede una risposta normativa”.

Dal punto di vista delle libertà civili, oltre ad essere un palese infringmento, è un passo indietro rispetto ad un’educazione culturale democratica e comunitaria. La verifica dell’età passa dalla regolamentazione di servizi/contenuti specifici (per i quali è nata), alla regolamentazione del modo in cui le persone proteggono le loro connessioni in generale. Tale espansione riguarda giornalisti, attivisti, informatori e utenti comuni che si affidano alle VPN per ridurre il tracciamento, evitare la profilazione o comunicare in modo sicuro.

L’allineamento normativo amplifica il rischio

L’Australia sta contribuendo direttamente a questa direzione politica. Il Commissario Inglese per la sicurezza elettronica, Julie Inman Grant, ha incontrato un gruppo di cooperazione sulla verifica dell’età convocato dall’Ofcom, a cui ha partecipato anche la Commissione europea.

Un comunicato congiunto pubblicato a seguito di questi incontri afferma che:

“per tutto il 2026, le tre autorità di regolamentazione continueranno ad avere scambi regolari per esplorare ulteriormente approcci efficaci di verifica dell’età, l’applicazione delle norme nei confronti dei servizi di piattaforme per adulti e altri fornitori per garantire la protezione dei minori, gli sviluppi tecnologici rilevanti e il ruolo essenziale dell’accesso ai dati e della ricerca indipendente nel sostenere un’azione normativa efficace”.

L’enfasi sull’accesso ai dati riflette il linguaggio già presente nei documenti politici europei. Il briefing dell’EPRS avverte che “poiché l’UE sta rivedendo la legislazione in materia di sicurezza informatica e privacy, anche i servizi VPN potrebbero essere sottoposti a un controllo normativo più rigoroso”.

Aggiunge che “è probabile che la revisione della legge sulla sicurezza informatica introduca criteri di sicurezza per i minori, che potrebbero includere misure volte a prevenire l’uso improprio delle VPN per aggirare le protezioni legali”.

L’integrazione dei criteri di sicurezza dei minori nella legge sulla sicurezza informatica rischia di far crollare la distinzione tra regolamentazione dei contenuti e sicurezza delle comunicazioni. Tale distinzione ha tradizionalmente protetto la corrispondenza privata dall’essere uno strumento di governance di routine.

Il rapporto dell’EPRS delinea i motivi per cui il ridimensionamento rimane controverso, osservando che le misure esistenti “tra cui la verifica, la stima e l’autodichiarazione sono relativamente facili da aggirare per i minori”.

Le alternative proposte si basano su dati biometrici, documenti di identità o segnali di età persistenti collegati ai dispositivi.

Il requisito “double-blind” adottato in Francia è spesso citato come un approccio attento alla privacy. Il briefing spiega che, secondo questo modello, “la piattaforma per adulti non riceve alcuna informazione sull’utente oltre alla conferma dell’idoneità, mentre il fornitore del servizio di verifica dell’età non è a conoscenza dei siti web visitati dall’utente”.

Anche in questo caso, la soluzione dipende dall’espansione dell’infrastruttura di verifica piuttosto che dalla limitazione della raccolta dei dati alla fonte.

In Francia, i funzionari stanno suggerendo che gli sforzi per limitare l’accesso dei minori ai social media potrebbero estendersi oltre le regole delle piattaforme e arrivare agli strumenti che le persone utilizzano per mantenere la Privacy online.

I legislatori stanno portando avanti una proposta che vieterebbe a chiunque abbia meno di 15 anni di utilizzare i servizi dei social media, e almeno un alto funzionario ha suggerito che le reti private virtuali potrebbero diventare parte della prossima fase di applicazione della legge.

Intervenendo sull’emittente pubblica Franceinfo, la ministra delegata per l’Intelligenza artificiale e gli Affari digitali Anne Le Hénanff ha inquadrato la questione come un processo in corso piuttosto che come una politica definitiva:

“Se [questa legislazione] ci consentirà di proteggere la stragrande maggioranza dei bambini, continueremo. E le VPN sono il prossimo argomento sulla mia lista”, ha affermato.

A livello dell’UE, la direzione è sempre più esplicita. Il briefing dell’EPRS riporta che il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione a sostegno dei metodi di verifica dell’età e che richiede un limite di età digitale di 16 anni per i social media. Sono già in corso indagini nell’ambito del Digital Services Act e diversi governi stanno sostenendo il concetto di una maggiore età digitale paneuropea.

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