Ctrl+C

Copiamo e incolliamo decine di volte al giorno senza nemmeno pensarci, condividere un link, inserire un indirizzo e-mail, compilare un modulo o recuperare una password. È un gesto così automatico che raramente ci soffermiamo a pensarci.

Proprio questa naturalezza, però, negli ultimi mesi ha attirato l’attenzione dei criminali informatici, che hanno trasformato una delle funzioni più innocue del computer in un’insidiosa trappola. In questo articolo cerchiamo di capire e mostrare come funziona questa tecnica, cosa sono davvero ClickFix, clipboard e PowerShell, perché sempre più attacchi prendono di mira le persone anziché i computer e in che modo un browser come Opera sta cercando di mettere un freno a questo fenomeno.


Scopri:

  • Perché un semplice Ctrl+C può nascondere un rischio che fino a pochi mesi fa non esisteva.
  • Cos’è la clipboard e perché è diventata uno degli strumenti preferiti dai criminali informatici.
  • Come funziona un attacco ClickFix, spiegato semplicemente.
  • Cosa sono il Prompt dei comandi e PowerShell, e perchè sono strumenti preferiti dai malintenzionati.
  • Perché oggi gli hacker preferiscono manipolare le persone piuttosto che violare direttamente un computer.
  • Come la nuova funzione Paste Protect di Opera cerca di bloccare questo tipo di truffe.

Un’abitudine così normale da non farci più caso

Se qualcuno ti chiedesse quante volte hai usato il copia e incolla oggi, probabilmente non sapresti rispondere. Magari hai copiato un codice di verifica ricevuto via email, un indirizzo trovato su Google Maps, il numero di una spedizione o una password salvata nel tuo gestore di credenziali. Sono gesti che ripetiamo decine di volte al giorno e che ormai fanno parte della nostra routine. È un po’ come allacciare la cintura quando saliamo in auto: lo facciamo senza pensarci, perché è diventato un automatismo.

Quando il nostro cervello trasforma un’azione in un’abitudine, smette di analizzarla con attenzione. Continuiamo a compierla perché l’abbiamo già fatta centinaia di volte e nulla è mai andato storto, i criminali informatici, in questo caso, sfruttano questo meccanismo e hanno capito che, in molti casi, è molto più semplice utilizzare una nostra abitudine che cercare di violare un computer protetto da antivirus, aggiornamenti e sistemi di sicurezza sempre più sofisticati.

Per anni abbiamo immaginato gli hacker come persone capaci di entrare nei computer altrui con tecniche misteriose, scrivendo righe di codice incomprensibili e aggirando ogni tipo di protezione. Sebbene questo tipo di attacchi esista ancora, oggi una parte sempre più consistente delle truffe segue una strada diversa. L’obiettivo non è più trovare una falla nel sistema operativo, ma convincere l’utente a fare spontaneamente ciò che serve all’attaccante. In altre parole, invece di cercare di sfondare la porta, aspettano pazientemente che siamo noi ad aprirla.

Per capire quanto questa strategia sia efficace, immagina una scena molto comune. Stai cercando di scaricare un programma gratuito, consultare un documento o accedere a un servizio online. Clicchi sul pulsante per continuare e compare una finestra che ti invita a verificare di non essere un robot. Non ti sorprende: ormai i CAPTCHA fanno parte della nostra esperienza quotidiana su Internet e li incontriamo praticamente ovunque.

Questa volta, però, qualcosa cambia, invece di chiederti di selezionare immagini con semafori o biciclette, la pagina ti propone una procedura diversa. Ti invita a premere Ctrl+C, poi Windows+R, successivamente Ctrl+V e infine Invio. Il tutto viene presentato come una nuova modalità di verifica, necessaria per confermare che davanti allo schermo ci sia davvero una persona e non un programma automatico.

A prima vista non sembra esserci nulla di sospetto, anzi, molti utenti eseguono questi passaggi senza la minima esitazione. Dopotutto stanno semplicemente copiando e incollando un testo. Proprio in quel momento, potrebbe iniziare una delle truffe informatiche più ingegnose degli ultimi anni. Per capire perché questo semplice gesto possa trasformarsi in un problema dobbiamo fare un piccolo passo indietro e conoscere uno strumento del computer che utilizziamo ogni giorno senza rendercene conto: la clipboard, in lingua Italiana meglio conosciuta come appunti.

Ma cosa succede davvero quando premiamo Ctrl+C?

Se copiare e incollare è un’operazione così comune, com’è possibile che possa diventare pericolosa? La risposta è meno complicata di quanto sembri e, soprattutto, non richiede particolari conoscenze informatiche per essere compresa.

Ogni volta che premi Ctrl+C, o con il tasto sestro selezioni copia, ciò che hai selezionato non viene incollato immediatamente da nessuna parte. Prima viene conservato temporaneamente in una piccola area di memoria chiamata clipboard, (appunti). È una sorta di taccuino invisibile che Windows utilizza per ricordare ciò che hai appena copiato, in attesa che tu decida dove incollarlo con Ctrl+V o con tasto destro “incolla”.

Per capire meglio il suo funzionamento, immagina di avere sulla scrivania un piccolo foglietto adesivo. Ogni volta che copi qualcosa, è come se lo scrivessi su quel foglietto. Quando premi Ctrl+V, il computer non fa altro che leggere quello che c’è scritto e riportarlo nel punto in cui si trova il cursore. È un sistema semplicissimo e che, nella maggior parte dei casi, è assolutamente sicuro.

Il problema nasce quando qualcuno riesce a convincerci a copiare un contenuto senza leggerlo davvero. Pensiamo di aver memorizzato un innocuo codice di verifica o una stringa necessaria per completare una procedura, mentre in realtà sulla nostra clipboard è stato salvato un comando destinato a impartire istruzioni al sistema operativo.

A questo punto entra in gioco un altro elemento che compare quasi sempre in questo tipo di truffe: la combinazione di tasti Windows + R.

Molti l’hanno già utilizzata almeno una volta, magari seguendo le indicazioni di un tecnico o leggendo una guida trovata su Internet. Premendo questi due tasti si apre una piccola finestra chiamata Esegui, presente in Windows fin dalle versioni più datate del sistema operativo. La sua funzione è permettere all’utente di avviare rapidamente programmi, cartelle o strumenti di amministrazione senza doverli cercare nel menu Start. È una scorciatoia estremamente utile, utilizzata ogni giorno da tecnici informatici, amministratori di sistema e utenti più esperti.

Ed è proprio perché si tratta di uno strumento potente che i criminali informatici cercano di sfruttarlo.

Immagina la finestra Esegui come l’ingresso riservato al personale di un grande edificio. Normalmente viene utilizzato da chi si occupa della manutenzione, pulizie, hostess, receptionist… perché consente di raggiungere velocemente aree che il normale pubblico non vede mai. Non c’è nulla di pericoloso nell’esistenza di quell’ingresso. Diventa un problema soltanto quando qualcuno convince una persona ad aprirlo senza sapere chi sta facendo entrare.

Nella maggior parte dei casi, dopo aver aperto la finestra Esegui, l’utente viene invitato a incollare il contenuto della clipboard e premere Invio. È proprio in questo momento che il comando nascosto viene eseguito. Molto spesso ciò che si avvia è PowerShell oppure il Prompt dei comandi, due strumenti ufficiali di Windows che permettono di comunicare direttamente con il sistema operativo.

Vale la pena chiarire subito un aspetto importante, perché su questo punto esiste molta confusione. PowerShell non è un virus, così come non lo è il Prompt dei comandi. Entrambi fanno parte di Windows e vengono utilizzati ogni giorno da amministratori di sistema, sviluppatori e tecnici per automatizzare operazioni, risolvere problemi o gestire computer anche molto complessi, e sono strumenti potentissimi

Il computer, però, ha una caratteristica che spesso dimentichiamo: non è in grado di distinguere un comando utile da uno dannoso. Se riceve un’istruzione corretta dal punto di vista tecnico, semplicemente la esegue. È un assistente estremamente preciso, ma completamente privo di capacità di giudizio. Se gli chiediamo di aprire una cartella, la apre. Se gli chiediamo di avviare un programma, lo avvia. E se qualcuno gli ordina di scaricare da Internet un programma dannoso e di eseguirlo automaticamente, farà anche quello.

Questa è la filosofia e il cuore di questo tipo di truffa. Il PC non è stato violato, nessuno ha forzato le sue difese, è stato semplicemente convinto a eseguire un ordine che, dal suo punto di vista, sembra perfettamente legittimo. Il vero inganno, quindi, non è rivolto alla macchina, ma alla persona seduta davanti allo schermo. E per capire perché questa tecnica stia diventando sempre più diffusa dobbiamo conoscere un termine che negli ultimi mesi compare sempre più spesso nelle notizie dedicate alla sicurezza informatica: ClickFix (se vuoi approfondire la parte più tecnica ti consiglio quest’ottimo articolo).

ClickFix: quando il problema è finto, ma il rischio è reale

Negli ultimi mesi, parlando di sicurezza informatica, avrai probabilmente sentito nominare ClickFix. Il nome deriva dall’inglese e può essere tradotto più o meno come “clicca per risolvere”. È una definizione semplice, ma descrive perfettamente il funzionamento di questa tecnica.

L’idea alla base di ClickFix è tanto ingegnosa quanto preoccupante: creare un problema inesistente e convincere l’utente a risolverlo seguendo una serie di istruzioni. Può trattarsi di un CAPTCHA che sembra non funzionare, di un video che non parte, di un errore improvviso del browser o di un messaggio che sostiene che il computer abbia bisogno di una verifica prima di poter continuare. Qualunque sia il pretesto, lo schema è sempre lo stesso. Viene mostrato un ostacolo, viene proposta una soluzione apparentemente semplice e, passo dopo passo, l’utente viene accompagnato a eseguire un comando senza sapere cosa stia realmente facendo.

ClickFix

È proprio qui che entra in gioco il social engineering, di cui abbiamo parlato poco fa. I criminali informatici non stanno cercando di ingannare Windows, ma di ingannare noi. Studiano il comportamento umano, osservano quali messaggi trasmettono maggiore fiducia e quali situazioni ci spingono ad agire d’istinto. Se una pagina ci comunica che dobbiamo completare rapidamente una verifica per continuare, la maggior parte delle persone tenderà a seguire le istruzioni senza fermarsi a riflettere. Non è questione di inesperienza o di ingenuità. È semplicemente il modo in cui il nostro cervello reagisce quando pensa di trovarsi davanti a una procedura normale.

Una volta eseguito il comando, entra in scena un altro termine che viene spesso utilizzato quando si parla di sicurezza: malware. La parola nasce dall’unione di malicious e software e significa, letteralmente, programma dannoso. Non identifica un virus specifico, ma un’intera famiglia di software creati con intenzioni malevole. Alcuni sono progettati per rubare password e dati personali, altri registrano ciò che digitiamo sulla tastiera, altri ancora prendono il controllo del computer o cifrano tutti i documenti chiedendo un riscatto per restituirli. È un po’ come parlare di “animali”: è una categoria molto ampia, al cui interno troviamo specie completamente diverse tra loro.

Ed è qui che emerge un dettaglio che spesso sorprende chi legge queste notizie per la prima volta. In molti casi il malware non sfrutta una falla di Windows, non aggira l’antivirus e non entra nel computer con tecniche spettacolari. È l’utente stesso, inconsapevolmente, a dargli il permesso di essere eseguito. Il sistema operativo riceve un comando corretto dal punto di vista tecnico e fa semplicemente ciò per cui è stato progettato: eseguire le istruzioni ricevute. Questo spiega anche perché simili attacchi possano risultare particolarmente efficaci. Se il comando parte direttamente dall’utente, utilizzando strumenti diretti come il cmd o PowerShell, alcuni sistemi di sicurezza potrebbero non avere elementi sufficienti per capire immediatamente che dietro quell’operazione si nasconde un inganno.

È anche per questo motivo che negli ultimi anni i criminali informatici sembrano investire sempre meno tempo nel cercare vulnerabilità estremamente complesse e sempre più energie nello studio del comportamento umano. Convincere una persona a cliccare nel posto sbagliato, a inserire le proprie credenziali in una pagina falsa o a eseguire un comando apparentemente innocuo è spesso molto più semplice che cercare di superare le numerose protezioni integrate nei moderni sistemi operativi.

Perché Opera con il suo Browser ha deciso di intervenire

Proprio perché questo tipo di attacco si sta diffondendo rapidamente, anche gli sviluppatori dei browser hanno iniziato a cercare nuove forme di difesa. Una delle soluzioni più interessanti è arrivata da Opera, che ha introdotto una funzione chiamata Paste Protect.

L’obiettivo di questa nuova tecnologia non è impedire l’utilizzo del copia e incolla, che rimane una funzione indispensabile, ma riconoscere situazioni potenzialmente sospette. Se una pagina web cerca di convincere l’utente a copiare un comando e a incollarlo in strumenti come la finestra Esegui o PowerShell, il browser può intervenire segnalando il rischio o impedendo che il contenuto venga trasferito così com’è. In altre parole, Paste Protect prova a interrompere la catena di eventi proprio nel momento in cui il criminale informatico conta maggiormente sulla distrazione dell’utente.

È una soluzione intelligente, ma è comunque un errore considerarla una protezione assoluta. La sicurezza informatica assomiglia molto a una partita a scacchi: ogni volta che viene sviluppata una nuova difesa, qualcuno prova immediatamente a trovare un modo per aggirarla. È successo in passato con le e-mail di phishing, con i falsi siti delle banche, con gli SMS fraudolenti e continuerà a succedere anche in futuro. Per questo motivo nessun software, da solo, potrà mai sostituire completamente l’attenzione di chi utilizza il computer.

La buona notizia è che difendersi da queste tecniche è spesso molto più semplice di quanto sembri. Nessun sito serio dovrebbe chiederti di aprire la finestra Esegui di Windows per dimostrare che sei una persona reale. Allo stesso modo, se una pagina ti invita a incollare un comando in PowerShell o nel Prompt dei comandi (cmd) senza spiegarti chiaramente cosa stai facendo, fermarsi qualche secondo è sempre la scelta migliore. In informatica la fretta è una cattiva consigliera, e molti attacchi riescono proprio perché fanno leva sull’urgenza e sulla immediata necessità.

La tecnologia cambia, il principio resta sempre lo stesso

Se c’è una lezione che possiamo imparare è che il mondo della sicurezza informatica sta cambiando. Fino a qualche anno fa immaginavamo gli attacchi come una sfida tra hacker e computer, oggi, invece, sempre più spesso la vera sfida è tra hacker e persone. Non perché i computer siano diventati meno sicuri (anzi in molti casi proprio il contrario), ma perché gli esseri umani continueranno sempre a essere l’anello più debole e più difficile da proteggere.

La prossima volta che un sito ti chiederà di copiare qualcosa, aprire una finestra di Windows e incollare un comando, prova a fare una pausa di qualche secondo. Chiediti se hai davvero capito quello che stai per eseguire e se quella procedura ha un senso. Nella maggior parte dei casi saranno sufficienti queste poche domande per evitare il problema ancora prima che si presenti.

In fondo è questa la differenza tra conoscere una truffa e subirla. Un antivirus può bloccare molti programmi dannosi, un browser può aggiungere nuove funzioni di sicurezza e il sistema operativo può essere aggiornato continuamente. Tutti strumenti preziosi, che vale sempre la pena utilizzare. Ma il primo e più importante livello di difesa rimane quello che nessun software potrà mai sostituire: la capacità di fermarsi un istante, ragionare e riconoscere quando qualcosa non torna.

Perché, alla fine, il problema non è mai stato un semplice Ctrl+C.

Il problema è fidarsi di un comando senza sapere dove ci sta portando.

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